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29 Maggio 2020
I See You (2019)
I See You (2019)
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CHE NE PENSIAMO:

VOTO:

2.5 out of 5 starsUn film che parte così così, si sviluppa zoppicando, ma che alla fine trova il suo perché.

QUALCHE PAROLA (A CALDO):

!!!SPOILER ALERT!!!

I See You è un film del 2019 diretto da Adam Randall.

Per parlare brevemente di questo film ci concentreremo principalmente sulla sua struttura narrativa che risulta estremamente manifesta (e forse finanche un po’ didascalica e da manuale – seppur utilizzi un meccanismo non lineare). Ai fini di questa “recensione” risulta quindi inutile annotare alcuni momenti del film che da un punto di vista registico avrebbero potuto ricevere un trattamento migliore (il primo dialogo tra figlio e padre quasi non coperto se non da reaction shots; i salti d’asse nel dialogo a tre nel commissariato; etc.). Insomma è un film rozzo, ma un motivo di interesse c’è e lo si trova principalmente nelle dinamiche di racconto della storia.

La struttura narrativa è palesemente organizzata seguendo la ripartizione in tre atti. Utilizza una forma di non linearità, ma più per nascondere le ovvietà della storia che effettivamente come organica struttura retta da una motivazione oggettiva (se non per l’appunto quella di nascondere delle informazioni chiave per mostrarle nei determinati punti previsti dalla struttura narrativa a tre atti: i famosi plot points di Syd Field).

Il primo atto scorre via fondamentalmente in maniera mediocre, con una storia ed un settaggio di quelli che si sprecano nel cinema contemporaneo (inclusi gli enormi buchi di sceneggiatura sul motivo per cui nessuno si domandi cosa c’è di strano in quello che succede). Dove però il film comincia a zoppicare davvero (e risultare leggermente indigesto) è nell’ atto centrale: lo scrittore e il regista prevedono per questa parte di calare lo spettatore in una sorta di infinito rivivere gli eventi del primo atto spiegando cosa è successo utilizzando la prospettiva opposta – ovvero quella di coloro che hanno creato quelle situazioni misteriose. Si capisce il senso, ma la domanda è una: perché, una volta chiarito cos’è successo la prima volta, siamo costretti a guardare esattamente tutti i singoli eventi? Una volta mostrata la prima volta crediamo non fosse necessario spenderci altro tempo per mostrare qualcosa che era diventato ovvio e trascinarci in una sorta di noia e sospensione dell’interesse.

Al di là della stupidità metafisica del phrogging (di cui non vogliamo neanche credere la reale esistenza) e di questi momenti lunghi e noiosi, il film riprende un giusto passo nel terzo atto, a partire dalla svolta con la scoperta che era stato il padre ad ammazzare l’amante di Jackie (Helen Hunt) e che sempre lui era il rapitore seriale dei bambini (ancora, un buco piuttosto grande su motivi e modi – una corda?).
Questi momenti, seppur come dicevamo sono abbastanza banali in termini di originalità narrativa, ed in particolar modo l’assunzione della prospettiva opposta diventano finalmente necessari alla storia stessa e rompono il ciclo ripetitivo che si era instaurato. Ciò che è interessante nella dipanazione di questo “thread” narrativo lo si nota la seconda volta che vediamo il padre andare in casa a cercare, pistola in mano, chi ha legato il figlio e noi, da spettatori, viviamo uno switch morale: se la prima volta che lo vediamo, in un certo senso quasi tifiamo per lui perché vittima di un “gioco” sadico, nel momento in cui scopriamo, tramite quello che abbiamo visto, che è lui il carnefice, quasi tifiamo per il ragazzo assalitore (cosa e sensazione poi confermata e giustificata nel momento in cui, nell’ultima scena, capiamo finalmente chi è questo ragazzo – in effetti quel momento riapre un altro buco di sceneggiatura sulla tenuta psicologica di un personaggio del genere, ma lasciamo correre).
Questo è dunque il punto più interessante del film: il relativismo (e quindi la fragilità) morale che si crea nell’essere umano nel momento in cui assiste (o meglio accede) a determinate scene (o informazioni) e il potere di nascondere alcune porzioni di queste informazioni.
In sostanza, I See You non è un film terribile e dimostra, in maniera forse non troppo originale, come le informazioni che uno ha su una persona (o anche su un fatto) influenzino fortemente la posizione morale che si assume. Per un altro esempio di film che mantiene un assunto simile e gioca apertamente con le ellissi, vi consigliamo di guardare un capolavoro assoluto del cinema Le Doulos (1962), diretto da J.P. Melville (di cui vi abbiamo già parlato per Le Samouraï).

In un mondo che non regge il passo delle fake news, delle teorie complottistiche, delle bugie che provengono da ogni lato dello spettro informativo, I See You si rileva, forse in maniera involontaria, un film anche più interessante di quel che sembra, sebbene ampiamente non riuscito in molte delle sue componenti.
O forse ci fa semplicemente venire voglia di riguardare, per l’ennesima volta, il capolavoro di Melville.

PRO:

  • Il momento dello switch morale che indicavamo su: abbastanza gratificante.

CONTRO:

  • L’atto centrale.
  • Le scelte di regia in determinati momenti.
  • La recitazione è abbastanza priva di sussulti.

Che ne pensi di questo film? Lascia un commento sotto e parliamone.


Per leggere altre schede su film simili a questa, visita la sezione dedicata.

O, se invece di qualche parola a caldo su un film che abbiamo visto, cerchi qualcosa di più approfondito (come l’analisi di film e tecniche), dai un’occhiata alla nostra pagina “Analisi“.


INFO SUL FIM:

I See You (2019) Crime, Drama, Horror | 98min | 6 December 2019 (USA) 6.8
Director: Adam RandallWriter: Devon GrayeStars: Helen Hunt, Jon Tenney, Judah LewisSummary: Strange occurrences plague a small town detective and his family as he investigates the disappearance of a young boy.

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