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23 Ottobre 2017
2015 | Victoria (Sebastian Schipper)
2015 | Victoria (Sebastian Schipper)

Il film Victoria è un’opera ambiziosa che propone un’esperienza unica, lunga una notte, immersa in un vortice di emozioni che trova estrema rilevanza nell’apparato visivo. È proprio quest’impianto visivo che, oltre a permettere che alcune forzature narrative vengano assorbite, concorre alla creazione e al sostegno di questo vortice emotivo e thrilling. Un film unico da vedere e vivere immergendosi completamente in una notte tedesca.

ATTENZIONE: POSSIBILI SPOILERS.

Introduzione

Victoria è un film del 2015 del regista tedesco Sebastian Schipper, già all’opera in film come Mitte Ende August e Eine Freund von mir, ma forse meglio conosciuto per aver recitato nel film Lola Rennt di Tom Tykwer.
Il film ha incontrato una fase distributiva molto complessa tant’è che in Italia non è stato distribuito nelle sale e per quanto riguarda l’uscita in home video non è disponibile nessun Dvd/Bluray che contempli la lingua italiana in doppiaggio, ma solo una versione con sottotitoli (il che è forse un pregio).

La Narrazione

Il film si snoda lungo l’arco di una nottata e dura circa 2 ore e 20 minuti. Il focus è sul personaggio di Victoria che dà il titolo al film, una ragazza spagnola trasferitasi a Berlino. L’inizio è stordente, siamo in un club della città tedesca. Luci e musica disturbano lo spettatore che è subito costretto ad uno shock visivo che si appoggia sull’utilizzo di luci stroboscopiche.
Victoria conosce un gruppo di ragazzi di Berlino, tanto sbandati quanto uniti tra loro. Questo rappresenta il motivo principale per cui Victoria decide di seguirli. La protagonista, come spiegherà successivamente, nel conservatorio dove studiava pianoforte non riusciva ad avere amici a causa dell’elevato grado di competizione che si creava per l’impossibilità per tutti di trasformarsi in pianisti: la necessità di riuscire era contraria alla necessità di legarsi ad altre persone (l’ambizione e la competizione come danno per la crescita di individui nelle società?). Sonne ed i suoi amici invece, rappresentano esattamente quello che lei non ha mai avuto e il suo individualismo viene come assorbito da questo gruppo, per poi riesploredere casualmente, ma in maniera agghiacciante, nel finale.

Sonne ed i suoi amici sono costretti ad obbedire ad un criminale tedesco che aveva aiutato Boxer (uno degli amici) in prigione e adesso chiede il proprio tornaconto. Non possono evitare di farlo e per la defezione di uno degli amici sono costretti a chiedere a Victoria di aiutarli. Victoria non rifiuta ed anzi segue fino all’ultimo il gruppo di ragazzi pur se la sua consapevolezza della pericolosità della situazione comincia a dispiegarsi di pari passo con l’evoluzione della trama: questo è il punto più delicato della narrazione in quanto è chiara una forzatura narrativa parzialmente spiegata dal desiderio di lei di integrazione sociale, ma che forse resta il punto debole della narrazione. Seppur vero che il suo desiderio di integrazione sociale, così come la voglia di vivere sensazioni ed emozioni come la paura, il pericolo della morte, il desiderio di vita, l’amore e l’amicizia (ecco cosa può significare la prima sequenza in discoteca e il tentativo di iniziare una coversazione, disattesa, con il barman) possano essere intese come molla psicologica alla sua azione, è anche vero che tutto ciò lascia comunque nello spettatore un’idea di forzatura.

Individuo vs. gruppo sociale

Ma cosa succede però a quest’integrazione? Proprio la volontà di stare insieme del gruppo e di non abbandonarsi mai è la loro condanna. Vivono tutto insieme, fanno tutto insieme e anche se le situazioni sono complesse decidono di non abbandonarsi e di andare fino in fondo sempre insieme. Ci sono più punti nella narrazione in cui l’eventuale separazione del gruppo può condurre ad un esito diverso, ma non succede mai. Proseguono sempre insieme e quando si rendono conto di aver lasciato dietro un loro amico, ubriaco fradicio e lasciato in una vettura dopo la rapina, tornano indietro a prenderlo.
Da lì in poi la situazione cambia di segno e lancia il film sulle corde della tragedia. Lo stesso fatto di voler festeggiare (insieme) a rapina avvenuta, piuttosto che tornare ognuno alla propria abitazione per evitare rischi così come consigliato dal criminale che gli affida il lavoro, dà sia il senso della gioventù (e della possibilità dell’errore) ma ancor di più della voglia di collettività, a maggior ragione dopo aver vissuto delle sensazioni così forti.

L’abitudine all’individualismo di lei fa sì che sia anche la più brava a cambiar volto ed adattarsi alle situazioni così come esse lo richiedono, come nella scena nella parte finale quando Victoria e Sonne sono in albergo. Lei è consapevole che deve necessariamente cambiare abiti per poter sperare di uscire più o meno indenne da una situazione che diventa sempre più pressante.

Il limite e la forzatura narrative che indicavamo prima però non inficia la qualità della visione spettatoriale che consiste in un susseguirsi di sensazioni forti come paura, ansia, gioia, tensione, disperazione, divertimento, suspense nel seguire le gesta di questo gruppo di ragazzi che si snoda lungo l’arco di una notte divisa tra interni, esterni, automobili ed a ritmi che crescono, rallentano, crescono di nuovo per poi rallentare e condurci per mano alla fine del film.
La narrazione, in ultima istanza, funziona e riesce a non disturbare queste sensazioni (e anzi, concorre nella creazione di alcune di esse). Ma è senz’altro palese  che il film è retto prepotentemente dal campo dell’impianto visivo: non è un caso che il primo cartello alla fine del film sia dedicato all’operatore di camera e cinematographer Sturla Brandth Grøvlen.

L’impianto visivo.

Dicevamo quindi che la forza di quest’opera sta nel suo impianto visivo. Se noi, da spettatori, possiamo vivere un così notevole vortice di sensazioni ed emozioni è grazie al fatto che la nostra percezione si avvicina clamorosamente a quella dei personaggi (seppur non andandola mai a sostituire completamente – per ovvie caratteristiche corporee) e anzi diventiamo parte del gruppo grazie al lavoro della macchina da presa che cerca in tutti i modi di essere un personaggio all’interno del gruppo e non assumere un punto di vista esterno.

Come avviene? Il film è tutto basato su un unico long-take: un lavoro mostruoso di coordinazione, messa in scena, recitazione ed organizzazione produttiva. Un’operazione allucinante, le cui difficoltà possono essere facilmente comprese da chi è stato su un set ed ha lavorato ad un film, un cortometraggio o ad uno spot, ma anche a chi non ne ha idea (provato con il vostro cellulare a girare un video interessante di due ore e mezzo senza staccare mai).

Il film si trasforma in un’esperienza unica. Il continuo movimento della macchina da presa, da interni ad esterni, da macchine a biciclette, in ascensori, racconta esattamente l’arco della notte: l’esperienza è coerente e si sovrappone con quella del personaggio di Victoria. Seguiamo lei, ma più che seguire, ci accostiamo a lei, siamo con lei, abbiamo un posto insieme a lei, un posto sì schizofrenico, fatto di movimenti nervosi e non armonizzati, fatto da vibrazioni della macchina da presa, difficoltà ad inquadrare bene le situazioni, ma che ci rende partecipi delle situazioni. Un esempio è nella scena del colpo: il caso del cliché della macchina che si spegne nel momento clou quando dovrebbe funzionare e la consapevolezza che lei non sa riaccenderla. In quella situazione viviamo l’ansia grazie al fatto che siamo arrivati lì anche noi, siamo in piena situazione e il nostro trascorso, così come quello suo ci rende snervante quell’attesa e quel problema, i nostri nervi sono chiaramente scossi così come quelli di Victoria.

La macchina da presa quindi si muove, segue costantemente, articolandosi in un movimento coordinato lungo tutto l’evento (immaginate se non fosse così con le comparse che devono partecipare, alla macchina della polizia che passa proprio in un determinato momento, immaginate il delirio organizzativo). La luce è assolutamente perfetta e segue chiaramente l’arco della nottata che si conclude nella mattina. Tutto è sistemato, la recitazione è perfettamente adatta a questo impianto stilistico e si trasforma in un assoluto merito di questa produzione e quando avviene qualche problema (evidentemente impossibile da evitare) sia gli attori che l’operatore sanno come fare per non attirare l’attenzione su di essi (ad esempio simulando qualche difficoltà linguistica per la recitazione o restando sulla persona nel caso della macchina, quando in realtà l’istinto direbbe di muoversi rapidamente per rimettersi a ritmo).
Nella storia del cinema c’è sempre stata la tendenza e la volontà di alcuni filmmakers di girare tutto un film in un unico long-take, ma spesso per difficoltà tecniche (v. Hitchcock) per necessità creative (v. Sokurov) spesso si è fatto uso di trucchi che aiutavano questa sensazione. Un caso è stato ad esempio Birdman (2014, A. González Iñárritu) che però si basava completamente su trucchetti per nascondere i tagli. Victoria non fa questo, segue i suoi personaggi, carezza i loro volti si avvicina alla loro vita e non si stacca mai dalle loro figure, anzi sono i personaggi che a volte vanno fuori campo (dove sembra lecito pensare si rifocillino, bevano e si rilassino per qualche attimo) e il doppiaggio li tiene ancora in campo con voce off, nella maggior parte dei casi non lasciando mai scoperta la presenza (assenza) dei personaggi.

Se scegliamo di concentrarci per qualche attimo sui loro volti ci rendiamo conto di come la stanchezza e lo stress dell’operazione siano facilmente confondibile con la stanchezza e lo stress dovuti alla nottata che i personaggi hanno avuto. Questa sovrapposizione tra lavoro sul set e narrazione rende conto di quanto l’operazione registica (seppur complicata) sia soddisfacente in termini estetici e restituisce la verità di volti stanchi.
La stanchezza è infatti assolutamente realistica e non solo figlia di effetti di make-up. La scena, già citata, quando Victoria e Sonne entrano nell’albergo e lei va a rassettarsi nel bagno prima di andare a chiedere una stanza alla reception descrive esattamente quello che intendo: il volto stravolto, la stanchezza che disegna linee e rughe sul suo viso, il cambio di abiti e la faccia lavata dalla sporcizia del crimine e della stanchezza dimostrano quanto Victoria sappia che per sopravvivere ha bisogno di una superficie pulita che non faccia vedere quanto sporchi sono ed è l’unica che riesce a capirlo.

E poi la poesia

In un tale impianto visivo in continuo movimento, nervoso e frizzante c’è addirittura tempo per uno sprazzo di poesia. La mano di Victoria e la composizione che si crea nel raccontare il suo dolore nel finale è estremamente forte: restituisce la disperazione, ma lo fa pur senza rinunciare ad una composizione densa e significativa. E la passeggiata finale, Victoria che si salva grazie al suo individualismo sebbene fino all’ultimo abbia provato a lottarci contro e si avvia, lentamente e simbolicamente, verso quello che sembra essere il Bundestag. Un trasformismo e un individualismo, odiati dalla stessa protagonista, ma che le permettono di salvarsi e continuare la sua vita in quell’Europa che da Madrid a Berlino non prevede la possibilità di salvezza sociale, ma solo individuale e casuale.

Il film Victoria è un’esperienza forte e potente: prende per mano i propri spettatori e li cala in una notte a Berlino, tra i sogni giovani di un gruppo di ragazzi le cui gioie e disperazioni verranno condivise da Victoria e con lei da tutti gli spettatori grazie ad un impianto stilistico visivo eccezionale e che merita di esser visto, rivisto e amato.


Non sapete che film guardare stasera? Per suggerimenti, date un’occhiata al nostro Dizionario dei film.

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Posted in Film, Schede
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