2015 | Victoria (Sebastian Schipper)

Lug 18, 2016     Marco Venditti   0 Comment     , , , , ,     Recensioni

Il film Victoria è un’opera ambiziosa e propone un’esperienza unica, lunga una notte, immersa in un vortice di emozioni che trova grandissima espressione nell’apparato visivo. È proprio quest’impianto visivo che, oltre a permettere che alcune forzature narrative vengano assorbite, concorre alla creazione e al sostegno di questo vortice. Un film eccezionale da vedere e vivere immergendosi in una notte tedesca.

-ATTENZIONE: POSSIBILI SPOILERS.

INTRODUZIONE

Victoria è un film del 2015 del regista tedesco Sebastian Schipper, già regista di film come “Mitte Ende August e “Eine Freund von mir”, ma forse meglio conosciuto per aver recitato nel film “Lola Rennt” di Tom Tykwer.
Il film ha vissuto una fase distributiva complessa tant’è che in italia non è stato distribuito e anche nel canale distributivo dell’home video non è disponibile nessun Dvd/Bluray che contempli la lingua italiana né in audio né in sottotitoli.

LA NARRAZIONE
Il film si snoda lungo l’arco di una nottata e dura circa 2 ore e 20 minuti. Il focus è sul personaggio di Victoria che da il titolo al film, una ragazza spagnola trasferitasi a Berlino. L’inizio è stordente, siamo in un club della città tedesca. Luci e musica disturbano lo spettatore che è subito costretto ad uno shock visivo che consiste anche nell’utilizzo di luci stroboscopiche.
Victoria conosce un gruppo di ragazzi di Berlino, tanto sbandati quanto uniti tra loro. Questo rappresenta il motivo principale per cui Victoria decide di seguirli. Infatti la protagonista spiegherà successivamente che nel conservatorio dove studiava pianoforte non poteva avere amici per la competizione che si creava a causa dell’impossibilità per tutti di trasformarsi in pianisti: la necessità di riuscire era contraria alla necessità di legarsi ad altre persone (l’ambizione e la competizione come danno per la crescita di individui nelle società?). Sonne ed i suoi amici rappresentano esattamente quello che lei non ha mai avuto e il suo individualismo viene come assorbito da questo gruppo, per poi venir fuori casualmente e in maniera agghiacciante nel finale.
Sonne ed i suoi amici sono costretti ad obbedire ad un criminale tedesco che aveva aiutato Boxer (uno degli amici) in prigione e adesso chiede il conto. Non possono evitare di farlo e per la defezione di uno degli amici sono costretti a chiedere a Victoria di aiutarli. Victoria non rifiuta ed anzi segue fino all’ultimo il gruppo di ragazzi pur se la sua comprensione della pericolosità dell’azione comincia a dispiegarsi man mano che l’evoluzione della trama si dipana: questo è il punto più delicato della narrazione in quanto è chiara una forzatura narrativa parzialmente spiegata dal desiderio di lei di integrazione sociale, ma che forse resta il punto debole della narrazione. È vero che il suo desiderio di integrazione sociale così come la voglia di vivere sensazioni ed emozioni come la paura, il pericolo della morte, il desiderio di vita, l’amore e l’amicizia (ecco cosa può significare la prima sequenza in discoteca e il tentativo di attaccar bottone con il barman) che forse finora aveva vissuto solo in delega alla musica del pianoforte possano essere intese come molla psicologica alla sua azione, ma è anche vero che tutto ciò risulta comunque nello spettatore in un’idea di forzatura.
Ma cosa succede però a quest’integrazione? Proprio la volontà di stare insieme del gruppo e di non abbandonarsi mai è la loro condanna. Vivono tutto insieme, fanno tutto insieme e anche se le situazioni sono complesse decidono di non abbandonarsi e di andare fino in fondo sempre insieme. Ci sono più punti nella narrazione in cui l’eventuale separazione del gruppo avrebbe potuto condurre ad un esito diverso, ma non lo fanno mai. Proseguono sempre insieme e quando si rendono conto di aver lasciato dietro un loro amico, ubriaco fradicio e lasciato in una vettura, tornano indietro a prenderlo e da lì in poi la situazione cambia di segno e lancia il film sulle corde della tragedia. Lo stesso fatto di voler festeggiare a rapina avvenuta, piuttosto che tornare ognuno alla propria abitazione per evitare rischi così come consigliato dal criminale che gli affida il lavoro, dà il senso contemporaneamente della gioventù (e della possibilità dell’errore) e del non volersi separare, a maggior ragione dopo aver vissuto delle sensazioni così forti.
L’individualismo di lei fa sì che sia anche la più brava a cambiar volto ed adattarsi alle situazioni così come esse lo richiedono, come nella scena verso il finale dell’albergo o poco prima quando è consapevole che deve necessariamente cambiare abiti per poter sperare di uscire più o meno indenne da una situazione che diventa sempre più pressante.
Il limite e la forzatura che indicavamo prima però non inficia la qualità della visione spettatoriale che consiste in un susseguirsi di sensazioni forti come paura, ansia, gioia, tensione, disperazione, divertimento, suspense nel seguire le gesta di questo gruppo di ragazzi che si snoda lungo l’arco di una notte divisa tra interni, esterni, automobili ed a ritmi che crescono, rallentano, crescono di nuovo per poi rallentare e condurci per mano alla fine del film. La narrazione dunque funziona se fa nascere tutte queste sensazioni, ma è anche vero che l’impianto del film e la vera forza di quest’opera si situano nel campo dell’impianto visivo: non è un caso che il primo cartello alla fine del film sia dedicato all’operatore di camera e cinematographer Sturla Brandth Grøvlen.

L’IMPIANTO VISIVO
Dicevamo quindi che la forza di quest’opera sta nel suo impianto visivo. Se noi, da spettatori, possiamo vivere un così notevole vortice di sensazioni ed emozioni è grazie al fatto che la nostra percezione si avvicina clamorosamente a quella dei personaggi (seppur non andandola mai a sostituire completamente per la nostra costituzione biologica) e anzi diventiamo parte del gruppo grazie al lavoro della macchina da presa. Come avviene?
Il film è tutto basato su un unico long-take: un lavoro mostruoso di coordinazione, messa in scena, recitazione ed organizzazione produttiva. Un’operazione allucinante, le cui difficoltà possono essere facilmente comprese da chi è stato su un set ed ha lavorato ad un film, un cortometraggio o uno spot.
Un film che si trasforma in un’esperienza unica. Il continuo movimento della macchina da presa, da interni ad esterni, da macchine a biciclette, in ascensori, racconta esattamente l’arco della notte: l’esperienza è coerente e si sovrappone con quella del personaggio di Victoria. Seguiamo lei, ma più che seguire, ci accostiamo a lei, siamo con lei, abbiamo un posto insieme a lei, un posto sì schizofrenico, fatto di movimenti nervosi e non armonizzati, fatto da vibrazioni della macchina da presa, difficoltà ad inquadrare bene le situazioni, ma che ci rende partecipi delle situazioni. Un esempio è nella scena del colpo: il caso del cliché della macchina che si spegne nel momento clou quando dovrebbe funzionare e la consapevolezza che lei non sa riaccenderla. In quella situazione viviamo l’ansia grazie al fatto che siamo arrivati lì anche noi, siamo in piena situazione e il nostro trascorso, così come quello suo ci rende snervante quell’attesa e quel problema, i nostri nervi sono chiaramente scossi così come quelli di Victoria.
La macchina da presa quindi si muove, segue costantemente, articolandosi in un movimento coordinato lungo tutto l’evento (immaginate se non fosse così con le comparse che devono partecipare, alla macchina della polizia che passa proprio in un determinato momento, immaginate il delirio organizzativo che è dovuta essere la produzione). La luce è assolutamente perfetta e segue chiaramente l’arco della nottata che si conclude nella mattina. Tutto è sistemato, la recitazione è perfettamente adatta a questo impianto stilistico e si trasforma in un assoluto merito di questa produzione e quando avviene qualche problema (evidentemente impossibile da evitare) sia gli attori che l’operatore sanno come fare per non attirare l’attenzione su di essi (ad esempio simulando qualche difficoltà linguistica per la recitazione o restando sulla persona nel caso della macchina, quando in realtà l’istinto direbbe di muoversi rapidamente per rimettersi a ritmo).
Nella storia del cinema c’è sempre stata la tendenza e la volontà di alcuni filmmakers di girare tutto un film in un unico long-take, ma spesso per difficoltà tecniche (v. Hitchcock) per necessità creative (v. Sokurov) spesso si è fatto uso di trucchi che aiutavano questa sensazione. Un caso è stato ad esempio Birdman (2014, A. González Iñárritu) che però si basava completamente su trucchetti digitali che annullavano il taglio. Victoria non fa questo, segue i suoi personaggi, carezza i loro volti si avvicina alla loro vita e non stacca mai dalle loro figure, anzi sono i personaggi che a volte vanno fuori campo (dove sembra lecito pensare si rifocillino, bevano e si rilassino per qualche attimo) e il doppiaggio però li tiene ancora in campo con voce off, nella maggior parte dei casi non lasciando mai scoperta la presenza (assenza) dei personaggi.

I VOLTI
Se scegliamo di concentrarci per qualche attimo sui loro volti ci rendiamo conto di come la stanchezza e lo stress dell’operazione siano facilmente confondibile con la stanchezza e lo stress dovuti alla nottata che i personaggi hanno avuto. Questa sovrapposizione tra lavoro sul set e narrazione rende conto di quanto l’operazione registica sia stata complicata ma soddisfacente e restituisca la verità di volti stanchi.
La stanchezza è infatti un effetto assolutamente realistico e non solo figlio di effetti di make-up. La scena, già citata, quando Victoria e Sonne entrano nell’albergo e lei va a rassettarsi nel bagno prima di andare a chiedere una stanza alla reception descrive esattamente quello che intendo: il volto stravolto, la stanchezza che disegna linee e rughe sul suo viso, il cambio di abiti e la faccia lavata dalla sporcizia del crimine e deala stanchezza dimostrano quanto Victoria sappia che per sopravvivere ha bisogno di una superficie pulita che non faccia vedere quanto sporchi possano essere ed è l’unica che riesce a capirlo.

E POI LA POESIA
In un tale impianto visivo in continuo movimento, nervoso e frizzante c’è addirittura tempo per uno sprazzo di poesia. La mano di Victoria e la composizione che si crea nel raccontare il suo dolore nel finale è estremamente forte: restituisce la disperazione, ma lo fa pur senza rinunciare ad una composizione densa e significativa. E la passeggiata finale, Victoria che si salva grazie al suo individualismo sebbene fino all’ultimo abbia provato a lottarci contro e si avvia, lentamente e simbolicamente, verso quello che sembra essere il Bundestag. Un trasformismo e un individualismo, odiati dalla stessa protagonista, ma che le permettono di salvarsi e continuare la sua vita in quell’Europa che da Madrid a Berlino non prevede la possibilità di salvezza sociale, ma solo individuale e casuale

Il film Victoria è un’esperienza forte e potente: prende per mano i propri spettatori e li cala in una notte a Berlino, tra i sogni giovani di un gruppo di ragazzi le cui gioie e disperazioni verranno condivise da Victoria e con lei da tutti gli spettatori grazie ad un impianto stilistico visivo eccezionale e che merita di esser visto, rivisto e amato.

Victoria (2015)
Victoria poster Rating: 7.7/10 (23,479 votes)
Director: Sebastian Schipper
Writer: Sebastian Schipper (story), Olivia Neergaard-Holm (story), Eike Frederik Schulz (story)
Stars: Laia Costa, Frederick Lau, Franz Rogowski, Burak Yigit
Runtime: 138 min
Rated: N/A
Genre: Crime, Drama, Thriller
Released: 11 Jun 2015
Plot: A young Spanish woman who has newly moved to Berlin finds her flirtation with a local guy turn potentially deadly as their night out with his friends reveals a dangerous secret.
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